Vi prego non fermatevi al discutibile nome d’arte, l’album di Soap&Skin è di una bellezza mesmerizzante, come non si sentiva da tempo. Così intenso che sembra quasi impossibile sia il frutto di una ragazza, Anja Plaschg, di soli 18 anni. Più lo ascolto e più divento cosciente delle budella del mio corpo: sento che si contorcono, ballano agitate, trovano un attimo di pace con una melodia delicata, poi tentano il suicidio dentro un urlo disperato nel bel mezzo di un verso. In primo piano, ci sono il pianoforte e la voce. Poi vengono i mille suoni elettronici, il violino e i rumori sinistri di sottofondo che danzano tutt’intorno Lovetune for Vacuum. Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginarcela mentre registra in studio, seduta al piano, circondata da presse metalliche che costruiscono cervelli di riserva per robocop di pannacotta. L’ho vista cantare allo showcase, la venue era una stanza enorme, vuota, a due passi da Waterloo. Al centro solo un piano, un microfono e un mac portatile: l’acustica della sala non le avrebbe perdonato il minimo errore. Anche noi eravamo del tutto indifesi: nessuno scudo ci avrebbe protetto dalle parole che scagliava addosso come dardi farciti di pura tensione emotiva. Lei nervosissima, simile a una Cat Power nel suo giorno “no”, abbandona il palco dopo pochi minuti con uno scatto rapido, tutto perché prende una nota come non vuole. Nessuno se ne sarebbe accorto: le sue melodie si reggono proprio su quelle forti dissonanze che camminano in bilico lungo il filo della stonatura. Poi ritorna, non un sorriso, una parola, nulla. Riprende lo show ma finisce presto e quando se ne va, nessuno ha capito se ha tagliato corto perché si è stufata o meno. Si fa chiamare Soap&Skin perché “sono due sostanze che reagiscono una con l’altra in modi differenti, il sapone non solo pulisce ma protegge anche e la schiuma è bella da vedere ma svanisce subito”. Vabò, però poteva pensarci che un povero cristiano googolando il suo no...
Vi prego non fermatevi al discutibile nome d’arte, l’album di Soap&Skin è di una bellezza mesmerizzante, come non si sentiva da tempo. Così intenso che sembra quasi impossibile sia il frutto di una ragazza, Anja Plaschg, di soli 18 anni. Più lo ascolto e più divento cosciente delle budella del mio corpo: sento che si contorcono, ballano agitate, trovano un attimo di pace con una melodia delicata, poi tentano il suicidio dentro un urlo disperato nel bel mezzo di un verso. In primo piano, ci sono il pianoforte e la voce. Poi vengono i mille suoni elettronici, il violino e i rumori sinistri di sottofondo che danzano tutt’intorno Lovetune for Vacuum. Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginarcela mentre registra in studio, seduta al piano, circondata da presse metalliche che costruiscono cervelli di riserva per robocop di pannacotta.
L’ho vista cantare allo showcase, la venue era una stanza enorme, vuota, a due passi da Waterloo. Al centro solo un piano, un microfono e un mac portatile: l’acustica della sala non le avrebbe perdonato il minimo errore. Anche noi eravamo del tutto indifesi: nessuno scudo ci avrebbe protetto dalle parole che scagliava addosso come dardi farciti di pura tensione emotiva. Lei nervosissima, simile a una Cat Power nel suo giorno “no”, abbandona il palco dopo pochi minuti con uno scatto rapido, tutto perché prende una nota come non vuole. Nessuno se ne sarebbe accorto: le sue melodie si reggono proprio su quelle forti dissonanze che camminano in bilico lungo il filo della stonatura. Poi ritorna, non un sorriso, una parola, nulla. Riprende lo show ma finisce presto e quando se ne va, nessuno ha capito se ha tagliato corto perché si è stufata o meno.
Si fa chiamare Soap&Skin perché “sono due sostanze che reagiscono una con l’altra in modi differenti, il sapone non solo pulisce ma protegge anche e la schiuma è bella da vedere ma svanisce subito”. Vabò, però poteva p